Le
fate 
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C'era
una volta una vedova che aveva due figliuole. La maggiore
somigliava tutta alla mamma, di lineamenti e di carattere,
e chi vedeva lei, vedeva sua madre, tale e quale. Tutte e
due erano tanto antipatiche e così gonfie di superbia,
che nessuno le voleva avvicinare.
La più giovane invece, per la dolcezza dei modi e per
la bontà del cuore, era tutta il ritratto del suo babbo...
e tanto bella poi, tanto bella...
E naturalmente, poiché ogni simile ama il suo simile,
quella madre andava pazza per la figliuola maggiore; mentre
all'altra la trattava male.
La faceva mangiare in cucina, e tutte le fatiche e i servizi
di casa toccavano a lei.
Fra le altre cose, bisognava che quella povera ragazza andasse
due volte al giorno ad attingere acqua a una fontana distante
più d'un miglio e mezzo, e ne riportasse una brocca
piena.
Un giorno, mentre stava appunto lì alla fonte, le apparve
accanto una povera signora anziana che la pregò in
carità di darle da bere.
"Ma volentieri, nonnina mia..." rispose la bella
fanciulla "aspettate; vi sciacquo la brocca..."
E subito risciacquo' la brocca, la riempì di acqua
fresca, e gliela presentò sostenendola in alto con
le sue proprie mani, affinché l'anziana bevesse con
tutto il suo comodo.
Quand'ebbe bevuto, disse la nonnina:
"Tu sei tanto bella, quanto buona e quanto per benino,
figliuola mia, che non posso fare a meno di lasciarti un dono".
Quella era una Fata, che aveva preso la forma di una povera
vecchia di campagna per vedere fin dove arrivava la bontà
della giovinetta.
E continuò:
"Ti do' per dono che ad ogni parola che pronunzierai
ti esca di bocca o un fiore o una pietra preziosa".
La ragazza arrivò a casa con la brocca piena, qualche
minuto più tardi; la mamma la sgrido'per quel piccolo
ritardo.
"Mamma, abbi pazienza, ti domando scusa...", disse
la figliuola tutta umile, e intanto che parlava le uscirono
di bocca due rose, due perle e due brillanti grossi.
"Ma che roba è questa!...", esclamò
la madre stupefatta, "sbaglio o tu sputi perle e brillanti!...
O come mai, figlia mia?..."
Era la prima volta in tutta la sua vita che la chiamava così,
e in tono affettuoso. La fanciulla raccontò ingenuamente
quel che le era accaduto alla fontana; e durante il racconto,
figuratevi i rubini e i topazi che le caddero già dalla
bocca!
"Oh, che fortuna...", disse la madre, "bisogna
che ci mandi subito anche quest'altra. Senti, Cecchina, guarda
che cosa esce dalla bocca della tua sorella quando parla.
Ti piacerebbe avere anche per te lo stesso dono?... Basta
che tu vada alla fonte; e se una donna anzianati chiede da
bere, daglielo con buona maniera."
"E non ci mancherebbe altro!...", rispose quella
sbadata. "Andare alla fontana ora!"
"Ti dico che ci devi andare... e subito", gridò
la mamma.
Brontolò, brontolò; ma brontolando prese la
strada portando con sé la più bella fiasca d'argento
che fosse in casa. La superbia, capite!...
Appena arrivata alla fonte, eccoti apparire una gran signora
vestita magnificamente, che le chiede un sorso d'acqua.
Era la medesima Fata apparsa poco prima a quell'altra sorella;
ma aveva preso l'aspetto e il vestiario di una principessa,
per vedere fino a quale punto giungeva la malcreanza di quella
pettegola.
"sta' a vedere...", rispose la superba, "che
son venuta qui per dar da bere a voi!... Sicuro!... per abbeverare
vostra Signora, non per altro!... Guardate, se avete sete,
la fonte eccola lì."
"Avete poca educazione, ragazza...", rispose la
Fata senza adirarsi troppo, "e giacché siete così
sgarbata, vi do per dono che ad ogni parola pronunziata da
voi vi esca di bocca un rospo o una serpe."
Appena la mammina la vide tornare da lontano, le gridò
a piena gola:
"Dunque, Cecchina, com'è andata?".
"Non mi seccate, mamma!...", replicò la monella;
e sputò due vipere e due rospacci.
"O Dio!... che vedo!...", esclamò la madre.
"La colpa deve essere tutta di tua sorella, ma me la
pagherà..."
E si mosse per picchiarla. Quella povera figliuola fuggì
via velocemente e andò a rifugiarsi nella foresta vicina.
Il figliuolo del Re che ritornava da caccia la incontrò
per un viottolo, e vedendola così bella, le domandò
che cosa faceva in quel luogo sola sola, e perché piangeva
tanto.
"La mamma...", disse lei, "m'ha mandato via
di casa e mi voleva picchiare..."
Il figliuolo del Re, che vide uscire da quella bocchina cinque
o sei perle e altrettanti brillanti, la pregò di raccontare
come mai era possibile una cosa tanto meravigliosa.
E la ragazza raccontò per filo e per segno tutto quello
che le era accaduto.
Il Principe reale se ne innamorò subito e considerando
che il dono della Fata valeva più di qualunque grossa
dote che potesse avere un'altra donna, la condusse senz'altro
al palazzo del Re suo padre e se la sposò.
Quell'altra sorella frattanto si fece talmente odiare da tutti,
che sua madre stessa la cacciò via di casa.
tratto
da "I racconti delle fate di Carlo Collodi
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