Tanto
tempo fa, in un paesino di montagna che si trovava nei
pressi di un bosco fatato, nacque una bambina di nome
Smilia.
Elyssa, la fata madrina che viveva nel bosco, era andata
a visitarla di notte, recandole un dono molto speciale:
vedere la bellezza sempre, anche dove non c'era.
La bimba crebbe sana e felice. Vedeva intorno a sé
un mondo magnifico e non ne conosceva la bruttezza e lo
squallore: era questo il segreto della sua felicità.
Purtroppo però, per un curioso scherzo della natura,
Smilia rimase sempre esclusa dalla bellezza che scorgeva
ovunque. Infatti, col passare degli anni, divenne una
fanciulla decisamente bruttina e alquanto goffa, ma tutti
se ne accorgevano tranne lei, in virtù del bizzarro
incantesimo della sua fata madrina.
Elyssa, dal canto suo, nel bosco fatato, cominciava a
rendersi conto di aver fatto un grosso errore donando
a Smilia non la bellezza, ma solo l'ignoranza della bruttezza:
più passava il tempo e più la povera fanciulla
veniva derisa e beffeggiata dai giovani del paese per
il suo aspetto e si ritrovava sempre più sola,
priva di corteggiatori ed amici, perché alla fin
fine, si sa, tutti schivano la bruttezza.
Smilia non capiva e nessuno le dava spiegazioni, nemmeno
i suoi genitori che l'amavano troppo per rivelarle la
verità. Perciò preferiva la compagnia degli
animali che almeno non la disdegnavano e, per passare
il tempo, disegnava con passione paesaggi bellissimi,
animali, fiori e vegetazione: tutto con grande precisione
e vivezza di colori.
Aveva ormai diciassette anni.
In occasione della festa annuale all'inizio dell'estate,
nella piazzetta del paese addobbata a festa, Smilia si
era rifugiata in un angolo appartato, seduta su una panca,
a guardare in silenzio gli altri che si divertivano. Era
rassegnata a restarsene lì per tutta la durata
della festa, quando inaspettatamente un giovanotto si
sedette accanto a lei. Smilia lo sbirciò e si disse
che doveva venire da un altro paese perché non
lo aveva mai visto prima. Le parve bellissimo, anche se
notò che aveva un'aria malinconica e se ne chiese
la ragione.
In realtà il giovane era tutt'altro che bello e
per questo non gli riusciva di trovarsi una ragazza: tutte
avevano rifiutato di ballare con lui e ciò lo aveva
gettato nello sconforto. Rivolse una rapida e speranzosa
occhiata alla fanciulla sconosciuta seduta vicino a lui,
ma subito, palesemente deluso, distolse lo sguardo da
lei.
Smilia, gli regalò un timido sorriso e gli chiese:
"Vi piace la festa? Non siete di qui, vero?"
"Sì, bella festa. No, non sono di qui."
le rispose il ragazzo senza neanche guardarla.
Lei si sentì un poco incoraggiata e continuò:
"Mi piacerebbe ballare, a voi no? Io mi chiamo Smilia
e voi?"
Il giovane la guardò atterrito: "Ehm... ballare?
Magari più tardi, ora vorrei andare a prendere
un dolce, voi ne volete uno?"
"Oh sì, grazie!"
"Bene, ve lo porto subito!"
Il giovane schizzò via e scomparve tra la folla.
Smilia intuì subito che non sarebbe più
tornato, ma aspettò ancora un po' prima di andarsene
sconsolata, pensando che non era riuscita a sapere nemmeno
il suo nome. Passando vicino a un gruppetto di ragazze,
udì una di loro bisbigliare malignamente: "Smilia
non c'è riuscita nemmeno con quel mostriciattolo:
é proprio senza speranze!"
A quel punto fuggì via in lacrime, inseguita un
coro di odiose risatine.
Mentre tornava a casa di corsa, si scontrò con
un'orrida vecchia. Era una donna malvagia detestata da
tutti in paese perché era perfida ed orrenda. La
gente la chiamava la Megera.
Smilia si scusò frettolosamente con lei per averla
quasi travolta. La vecchia ridacchiò e le sussurrò
malignamente: "Smettila di piangere, ragazzina, e
guarda in faccia la realtà: nessuno ti vuole perché
sei brutta!" E se ne andò zoppicando e ridacchiando.
Sconvolta, Smilia si rifugiò nella sua stanzetta
e corse a guardarsi nello specchio che le rimandò
la solita immagine di una bella fanciulla bruna. Ma in
quel momento ebbe una folgorazione: si toccò il
viso e i capelli, si stropicciò gli occhi, guardò
ancora nello specchio: l'immagine che vedeva non era quella
vera!
"Sono pazza!" pensò " Non vedo come
gli altri vedono. Sono pazza e brutta!".
In preda al più totale smarrimento, scappò
via da casa e corse nel bosco, corse fino a perdere le
forze e si lasciò cadere esausta ai piedi di un
grande albero.
Elyssa aveva visto tutto e a quel punto non poté
più fare a meno di intervenire: comparve all'improvviso
davanti a Smilia nel suo magnifico abito variopinto, con
i fluenti capelli rossi sciolti sulle spalle, il cappello
rosso a punta dalle larghe falde che le riparava dal sole
il volto diafano e dolcissimo.
"Un'allucinazione..." mormorò Smilia,
guardandola ad occhi spalancati. "Sono pazza davvero!"
"Tu non sei pazza e io non sono un'allucinazione."
disse Elyssa con voce soave. "Sono Elyssa, la tua
fata madrina, non aver paura di me, sono qui per aiutarti.
La colpa di tutto quel che ti é accaduto é
mia e me ne dispiace moltissimo."
Elyssa svelò a Smilia tutta la verità e,
quando la vide ancora più disperata, cercò
di consolarla dicendole che l'avrebbe condotta da Safelìa,
la fata più vecchia e saggia del bosco e che di
certo lei avrebbe trovato una soluzione.
Così Smilia, leggermente rincuorata, seguì
a testa bassa la sua fata madrina nel folto del bosco.
Safelìa aveva più di seicento anni, un'età
avanzata anche per una fata, ed era molto stanca di vivere.
Ormai si muoveva pochissimo e se ne stava sempre rannicchiata
nella sua dimora: il tronco cavo di un grande salice.
Tutti gli abitanti del bosco, compresi gli animali, la
rispettavano e la onoravano: gli gnomi e i folletti le
portavano ogni giorno da mangiare, gli elfi la rallegravano
suonando e cantando per lei insieme agli uccellini, la
fate più giovani la consideravano la loro grande
maestra e ne ammiravano gli straordinari poteri.
Sonnecchiava ai piedi del suo albero, avvolta in uno scialle
di lana grigio, una cuffietta bianca sui bianchi capelli
splendenti. Il suo volto scavato e segnato da una ragnatela
di rughe rivelava ancora i segni di un'antica, straordinaria
bellezza. Socchiuse gli occhi, avvertendo la presenza
di qualcuno, occhi nerissimi dotati di una luce magnetica
e ancora vivissima. "Ah Elyssa..." mormorò
con voce strascicata "Chi hai portato con te?"
Puntò lo sguardo su Smilia : "Ah quella povera
ragazza... Avvicinati bambina, fatti guardare..."
Un po' intimorita, Smilia si avvicinò e si inchinò
profondamente alla vecchia fata.
"Non aver paura, siedi accanto a me. Tu vuoi conoscere
il tuo vero aspetto, non é così? Ma non
credo ti piacerà." sentenziò Safelìa.
"Non importa, voglio sapere la verità!"
rispose Smilia con decisione.
"Va bene." Safelìa batté le mani
e subito arrivarono due gnomi, recando uno specchio ovale
con una cornice d'oro tempestata di gemme.
"Questo specchio riflette solo le forme reali, annullando
ogni incantesimo. Guardati, bambina."
Smilia si specchiò e trasecolò. Di se stessa
riconobbe solo i grandi occhi scuri. I lineamenti del
suo volto le parvero del tutto stravolti, i capelli neri
un ammasso ispido ed aggrovigliato.
"Oh no..." riuscì solo a mormorare.
Tutti rimasero per un po' in silenzio di fronte al doloroso
sgomento della fanciulla: la stessa Safelìa, la
contrita Elyssa, i due gnomi che reggevano lo specchio,
i numerosi folletti ed elfi che osservavano la scena facendo
capolino dagli alberi. Anche i coniglietti che seguivano
sempre gli gnomi, smisero di saltellare e gli uccellini
sugli alberi smisero di cinguettare. Tutto il bosco restò
sospeso in un malinconico silenzio, finché Safelìa
non parlò di nuovo.
"Allora Smilia, cosa vuoi fare ora?"
"Io... non lo so..." balbettò la ragazza
del tutto stordita.
"Ora che l'incantesimo di quella pasticciona della
tua fata madrina é stato annullato..." e qui
Safelìa lanciò un'occhiataccia alla povera
Elyssa che si fece piccina piccina "... Penso che
tu possa tornare fra la tua gente, al tuo paese che finalmente
vedrai come realmente é. Ma noi abbiamo un debito
con te e dobbiamo saldarlo. Aurio vieni qui!"
Subito accorse un folletto dalla barba bianca e il berretto
rosso, recando uno scrigno colmo d'oro e gemme preziose.
Safelìa lo prese e lo porse a Smilia: "Questo
é un dono per te." disse "Così
tu e i tuoi genitori diverrete ricchissimi e la vostra
vita cambierà totalmente. Si dice a volte fra gli
umani che la ricchezza non dà la felicità,
ma in realtà nessuno ci crede e i poveri se lo
ripetono solo per consolarsi. La ricchezza dona una discreta
felicità anche a chi non ha un bell'aspetto. Con
questa ricca dote tu troverai subito un marito, avrai
una famiglia, una bellissima casa con molti servi, un
vita agiata e lussuosa..."
"No!" proruppe Smilia esasperata.
Safelìa la fissò stupefatta: "Perché
no? Nessun umano dice no ad una simile offerta."
"Io non voglio tornare al mio paese nemmeno con tutto
l'oro del mondo. Sono stata maltrattata e umiliata per
tutta la vita e sono certa che le cose non cambierebbero
nemmeno con tutte queste ricchezze. E poi non voglio comprarmi
un marito: piuttosto che sposare un cacciatore di dote,
preferisco non sposarmi affatto."
"E allora cosa vuoi fare?"
"Voglio restare qui con voi. Non vi darò fastidio.
Sono brava a disegnare e vi farò splendidi ritratti.
Aiuterò gli gnomi nei loro lavori, imparerò
da loro a curare tutti gli animali, farò qualsiasi
cosa mi chiederete, ma vi prego non rimandatemi al mio
paese!"
"Ma gli umani non possono vivere fra noi..."
obbiettò Safelìa "...A meno che non
si uniscano in matrimonio con un essere fatato. Se ci
fosse un elfo disposto a sposarti per esempio..."
guardò verso gli alberi : "Drymling...? Kieblyng...?
Flenn...?" chiamò con voce incerta, ma nessun
elfo si fece avanti e tutti continuarono a celarsi dietro
i tronchi degli alberi.
"E' inutile, nessuno di loro mi vorrà."
disse tristemente Smilia. "Si sa che gli elfi scelgono
come spose soltanto fanciulle di straordinaria bellezza.
"
"Forse è meglio scartare l'idea del matrimonio
e pensare a qualche altra cosa." ammise Safelìa
"Intanto, per stanotte, resterai qui. Poi domattina
Aetheria, la fata dell'aria che farò venire apposta
per te dalle montagne del nord, ti condurrà al
tuo paese..."
"Non voglio andarci, non voglio che mi vedano..."
si mise a protestare Smilia, ma Safelìa la zittì
con un gesto sdegnato: "Non interrompermi ragazzina,
nessuno ti vedrà se non vuoi: Aetheria ti renderà
invisibile. Voglio solo che tu ci vada per vedere il tuo
mondo com'è realmente e prendere la decisione migliore.
Non pensi ai tuoi genitori per esempio? Comunque, se alla
fine non vorrai proprio restare con la tua gente, tornerai
qui e troveremo una soluzione... Forse ce n'è una..."
sbadigliò, stiracchiando le stanche membra "Ma
ci penseremo domani. Ora sono molto stanca e ho bisogno
di riposare. Andate via tutti, vi prego."
Quella notte Smilia venne ospitata da una famiglia di
gnomi. Gli gnomi, si sa, di giorno dormono e di notte
vegliano, così Smilia poté osservarli intenti
alle loro quotidiane attività e rimase affascinata
nel vedere quanta cura dedicavano ai loro lavori domestici
e con quanto amore si occupavano degli animali del bosco.
All'alba Smilia salutò gli gnomi e si mise ad aspettare
la fata Aetheria, che giunse puntuale poco dopo lo spuntar
del sole.
La fanciulla non aveva mai avuto una simile visione, nemmeno
nei sogni: Aetheria era una fata di straordinaria bellezza,
con una lunghissima e fluente chioma bionda e una splendida
veste di stoffa preziosa ricamata dagli elfi con fili
d'oro. Uno sciame di farfalle colorate la seguiva sempre
e ogni tanto qualcuna si posava sulle rose d'oro che aveva
fra i capelli o sul suo ampio mantello dorato: la fata
sembrava vestita di raggi di sole.
Smilia la fissava a bocca aperta, senza parole. Aetheria
le sorrise soavemente, porgendole una mano diafana e le
disse: "Ora dammi la mano e chiudi gli occhi: in
un battito di ciglia saremo al tuo paese, invisibili a
tutti gli umani."
Smilia e la fata dell'aria si aggiravano per le vie del
piccolo paese, senza che nessuno potesse scorgerle. Per
la prima volta nella sua vita la fanciulla vedeva le cose
e le persone come realmente erano, con i loro pregi e
difetti esteriori.
Sulla piazza si aggirava un giovanotto dall'aria inquieta
e dall'aspetto poco attraente: alto e mingherlino, capelli
rossicci, volto slavato e due occhi di un azzurro sbiadito,
piccoli come fessure. A Smilia parve che avesse un che
di famigliare, ma non l'avrebbe certo riconosciuto senza
l'aiuto di Aetheria. "E' il giovane Alwyn" disse
la fata, indovinando i pensieri della fanciulla "Lo
hai incontrato alla festa d'inizio estate, ricordi? Non
é di qui, é venuto da un paese poco lontano
in cerca di una moglie che non é gli riuscito di
trovare dalle sue parti. Passa tutto il giorno a correr
dietro alle ragazze più carine, ma nessuna lo degna
di uno sguardo o di un sorriso. Non credo che avrà
mai fortuna."
"Povero Alwyn!" sospirò Smilia "Anche
lui é infelice a causa del suo aspetto. "
"Non lasciarti commuovere. Ricorda che alla festa
ti ha rifiutato un ballo e non ti ha mai portato il dolce
che ti aveva promesso."
"E' vero." annuì tristemente Smilia "Neanche
lui é stato gentile con me."
Attraversarono tutto il paese e si fermarono alla casa
di Smilia. Le si riempirono gli occhi di lacrime quando
vide i suoi anziani genitori intenti alle loro occupazioni
domestiche, mesti e silenziosi. Sapeva che erano molto
in pena per lei e fu sul punto di chiedere ad Aetheria
di renderla visibile ai loro occhi per poterli riabbracciare.
Intuendo ancora i suoi pensieri, la fata rimase immobile
e silenziosa per non influenzare le sue scelte. Infine
Smilia capì che, se si fosse manifestata ai suoi
cari, non avrebbe più potuto lasciare il paese
e la sua vita sarebbe tornata ad essere quella di prima,
cosa che non sarebbe più riuscita a sopportare.
La sua scelta era compiuta. Invisibile e silenziosa entrò
in casa, andò nella sua cameretta e depose sul
suo comodino una lettera per i suoi genitori ove spiegava
loro che stava bene, che si era rifugiata nel bosco presso
le fate e che non dovevano stare in pena per lei. Fatto
ciò, gettò un'ultima occhiata alla sua vecchia
stanzetta, poi raggiunse Aetheria che l'aspettava sulla
soglia della casa. "Possiamo andare." disse
decisa.
La fata, senza fare commenti, la prese per mano e in un
baleno furono di nuovo nel folto del bosco.
Qui trovarono una grande tristezza. Tutte le creature
del bosco piangevano in silenzio e tutte le fate erano
accorse presso la morente Safelìa. Aetheria si
unì mestamente a loro.
La vecchia fata giaceva sull'erba ai piedi del suo salice.
Corolla, la fata dei fiori, lasciava cadere su di lei
manciate di petali di rosa. Drymling, l'elfo musicista,
suonava con la sua arpa una melodia tristissima. Gli uccellini
stavano muti fra le foglie degli alberi.
Smilia, attonita, si avvicinò ad Elyssa: "Ma
cosa sta succedendo?"
"La nostra amata Safelìa ci lascia."
mormorò Elyssa con voce incrinata.
"Vuoi dire che sta morendo? Ma le fate non possono
morire!"
"Oh si invece, come tutte le creature."
"Ma non può morire ora, é lei che deve
decidere la mia sorte!"
Le parole di Smilia erano del tutto fuori luogo. Elyssa
le gettò un'occhiata carica di rimprovero: "Zitta
adesso, abbi rispetto!"
Smilia si morse il labbro e tacque, comprendendo di aver
pensato solo a se stessa.
Nel silenzio generale si udì la flebile voce di
Safelìa: "Vieni qui Smilia."
La fanciulla si avvicinò e si inginocchiò
presso la fata morente. Lei le sorrise dolcemente, mormorando:
"Tranquilla, bambina, non mi sono dimenticata di
te ed ho trovato la soluzione che ti avevo promesso ieri..."
Un attimo dopo aver pronunciato queste parole, la fata
svanì.
Quando le fate lasciano il mondo terrestre, il loro corpo
eterico si dilegua nel nulla, ma la loro energia vitale,
il prana, e il loro magico potere non si perdono.
Nell'istante stesso in cui la fata Safelìa passò
per sempre dal piano eterico a quello astrale, una sfera
di luce pulsante con un nucleo più luminoso, veloce
come una meteora, raggiunse Smilia e la investì,
fulminandola in apparenza. La fanciulla cadde svenuta
mentre le sue sembianze si trasfiguravano ed una luce
dorata la inondava.
Quando rinvenne, si trovò puntati addosso gli occhi
sbigottiti di tutte le creature fatate del bosco. "Cosa
é successo?" mormorò con una voce che
non le parve la propria, mentre si rimetteva in piedi
faticosamente, ancora stordita.
"Smilia, Safelìa se n'è andata ed ha
scelto te." le disse Elyssa con voce commossa.
Smilia non capiva nulla: "Ha scelto me... per cosa?"
"Devi sapere che, quando una fata lascia questo mondo,
dona il suo prana e i suoi poteri ad un'altra fata più
giovane, oppure ad un animale che così diviene
a sua volta una fata." le spiegò Elyssa. "Non
era mai successo, per quanto io sappia, che una fata morente
lasciasse il suo potere ad un essere umano. Ma Safelìa,
infrangendo le nostre tradizioni, ha scelto te, Smilia
cara, ed ora sei una fata anche tu, più potente
di tutte noi."
"Io... una fata? Non posso crederci!" mormorò
Smilia toccandosi il viso, le vesti, i capelli e sentendo
mutata ogni parte di sé. Accorsero gli gnomi con
il grande specchio dorato. "Guardati!" la esortò
vivacemente Elyssa.
Smilia si guardò e vide riflessa nello specchio
l'immagine di una splendida creatura luminosa ed eterea,
vestita di un magnifico abito azzurro come il cielo e
screziato d'argento. Il suo volto diafano era di un ovale
perfetto, i suoi grandi occhi neri scintillavano come
stelle e una massa di lunghissimi capelli corvini le ricadevano
sulle spalle come un manto di seta.
"Ecco Smilia, la nostra nuova sorella!" annunciò
Elyssa a gran voce, e tutte le creature fatate del bosco
esultarono.
Così Smilia iniziò la sua nuova esistenza
di fata nel bosco incantato ed imparò molto in
fretta ad usare i suoi grandi poteri. Le fate, si sa,
possono mutare il loro aspetto quando e come vogliono,
trasformandosi in qualsiasi altro essere. Smilia non amava
restare a lungo nella sua forma umana, per quanto splendida
essa fosse. Gli umani l'avevano trattata troppo male nella
sua vita passata e lei ormai li disdegnava completamente,
rifiutando anche di mantenere le loro sembianze. Così
si tramutava quasi sempre in un animale: un coniglio,
un daino o un uccello, e correva libera per tutto il bosco
o si librava nel cielo, cantando la propria felicità.
Riprendeva le sembianze umane solo quando voleva disegnare,
come faceva sempre quando era una povera fanciulla sfortunata,
e nei suoi disegni ora riproduceva la vita del bosco incantato:
le vorticose danze delle fate nelle notti di luna piena,
la molteplici attività degli industriosi gnomi
con i loro amici animali, i giochi dei folletti, gli elfi
intenti suonare le loro arpe.... .
Un giorno un gruppo di cacciatori si avventurarono a caccia
nel bosco fatato, sfidando le ire delle fate in cui peraltro
non credevano. Il primo e il più baldanzoso di
essi era il giovane Alwyn che nel frattempo si era stabilito
definitivamente nel paese vicino, sebbene non vi avesse
ancora trovato la sposa che cercava.
Quel giorno Smilia aveva preso le sembianze di una cerbiatta
bianca. Si mostrò per un attimo ai cacciatori e
poi fuggì via, inducendoli a seguirla nel folto
del bosco. Si fermò solo nei pressi del grande
salice dal tronco cavo che era stato la dimora di Safelìa
e poi la sua. Guardò intrepida i cacciatori che
si lanciavano, spronando i cavalli, sulla loro preda.
Si fermarono solo a pochi metri dalla cerbiatta, per prendere
la mira e tirare con l'arco. Un nugolo di frecce stava
per investirla, ma Smilia mutò all'improvviso la
propria forma e tornò ad essere la splendida fata
dalle vesti del colore del cielo. Deviò le frecce
con un deciso gesto della mano, in modo che non la sfiorassero
nemmeno. I cacciatori rimasero allibiti. Con un sorriso
Smilia si rivolse ad Alwyn:
"Ti ricordi di me, giovane straniero?" disse.
"Sono Smilia, mi hai incontrata qualche tempo fa
alla festa del mio paese."
Smilia... Il giovane Alwyn non ricordava affatto questo
nome e l'unica cosa di cui era certo era di non aver mai
incontrato a nessuna festa quella magnifica creatura.
"Tu ...devi essere una fata..." balbettò
"Sei così bella..."
Smilia sorrise ancora: "Un tempo non lo ero. Davvero
non ricordi?"
La sua immagine mutò ancora davanti allo sguardo
attonito del giovane Alwyn: egli rivide per un attimo
e riconobbe la fanciulla brutta di nome Smilia incontrata
alla festa.
Trasalì, mentre la fanciulla brutta lasciava nuovamente
il posto alla splendida fata: "Ora ricordi?"
replicò Smilia "Oh si che ricordi, come ricordo
io quanto tu mi feristi quando mi rifiutasti un ballo
e non mi portasti il dolce che mi avevi promesso. Fuggisti
da me, che forse ti avrei amato se tu avessi saputo vedere
oltre le vane forme della materia, per correre ad inseguire
la bellezza come ancora stoltamente fai. Non avrai mai
la donna bellissima che desideri, anzi non avrai nessuna
donna perché hai un cuore gelido e cieco, Alwyn.
E non avrai nemmeno la tenera cerbiatta che volevi uccidere
oggi. Ma avrai ciò che io ora ti prometto..."
La fata fece un rapido gesto e i cacciatori si ritrovarono
privi dei loro cavalli, delle loro armi e dei loro vestiti.
Nudi ed atterriti rabbrividirono dal freddo e dalla paura.
"Avrai sventura e solitudine eterna, giovane Alwyn!"
sentenziò implacabilmente Smilia "Ed ora che
lo sai, tu e i tuoi scellerati amici andate via di corsa
e non osate mai più insidiare le creature di questo
bosco o vi distruggerò!" Dette queste parole
con uno sguardo terribile, la fata Smilia, tornò
ad essere una cerbiatta e fuggì via, scomparendo
tra la fitta vegetazione.
Terrorizzati i cacciatori, con Alwyn in testa, se le diedero
a gambe e non osarono mai più avvicinarsi al bosco
incantato.
La fata Smilia, continuò sempre a proteggere le
creature del bosco dai cacciatori e visse una vita felice,
lunga centinaia di anni.
Quando divenne molto vecchia e i suoi occhi si indebolirono,
smise di disegnare e nascose i tutti i suoi disegni in
una piccola grotta, vicino al suo salice.
Molti anni dopo la sua dipartita dal mondo, quei disegni
vennero ritrovati per caso da un vecchio dal cuore puro
come quello di un neonato, che sapeva dipingere e scrivere
fiabe e che, per la sua nobiltà d'animo, poteva
passeggiare indisturbato nel bosco ove non nuoceva mai
ad alcuna creatura.
Il buon vecchio rimase affascinato da quei misteriosi
disegni e ne trasse spunto per scrivere un grande libro
illustrato sulla vita segreta della fate, degli gnomi,
dei folletti e degli elfi.
Fu il primo libro di una lunghissima serie che attraversò
i secoli fino ai nostri giorni.
Ancora oggi bambini ed adulti leggono affascinati le storie
delle creature dei boschi incantati, ma pochissimi sanno
che le figure di ogni libro traggono origine dai disegni
di una splendida fata di nome Smilia vissuta in un tempo
remoto, che prima di diventare una fata era stata una
fanciulla brutta.
scritta e inviata da Astfelia