HOME
..............................
Community

Blog
Portale/forum
News
..............................
Avatar
..............................
nomi blinkies
blinkies-tag nomi
avatar nomi
glitter nomi
..............................

..............................
Altro
richiedi il tuo nome
miei banner
bibliografia
pietre e segni
votaci nella top100
invia una poesia
segnala il tuo sito
contatti

..............................

BENVENUTI NELL'ANGOLO DELLE FIABE


SMILIA E LE FATE

Tanto tempo fa, in un paesino di montagna che si trovava nei pressi di un bosco fatato, nacque una bambina di nome Smilia.
Elyssa, la fata madrina che viveva nel bosco, era andata a visitarla di notte, recandole un dono molto speciale: vedere la bellezza sempre, anche dove non c'era.
La bimba crebbe sana e felice. Vedeva intorno a sé un mondo magnifico e non ne conosceva la bruttezza e lo squallore: era questo il segreto della sua felicità. Purtroppo però, per un curioso scherzo della natura, Smilia rimase sempre esclusa dalla bellezza che scorgeva ovunque. Infatti, col passare degli anni, divenne una fanciulla decisamente bruttina e alquanto goffa, ma tutti se ne accorgevano tranne lei, in virtù del bizzarro incantesimo della sua fata madrina.
Elyssa, dal canto suo, nel bosco fatato, cominciava a rendersi conto di aver fatto un grosso errore donando a Smilia non la bellezza, ma solo l'ignoranza della bruttezza: più passava il tempo e più la povera fanciulla veniva derisa e beffeggiata dai giovani del paese per il suo aspetto e si ritrovava sempre più sola, priva di corteggiatori ed amici, perché alla fin fine, si sa, tutti schivano la bruttezza.
Smilia non capiva e nessuno le dava spiegazioni, nemmeno i suoi genitori che l'amavano troppo per rivelarle la verità. Perciò preferiva la compagnia degli animali che almeno non la disdegnavano e, per passare il tempo, disegnava con passione paesaggi bellissimi, animali, fiori e vegetazione: tutto con grande precisione e vivezza di colori.
Aveva ormai diciassette anni.
In occasione della festa annuale all'inizio dell'estate, nella piazzetta del paese addobbata a festa, Smilia si era rifugiata in un angolo appartato, seduta su una panca, a guardare in silenzio gli altri che si divertivano. Era rassegnata a restarsene lì per tutta la durata della festa, quando inaspettatamente un giovanotto si sedette accanto a lei. Smilia lo sbirciò e si disse che doveva venire da un altro paese perché non lo aveva mai visto prima. Le parve bellissimo, anche se notò che aveva un'aria malinconica e se ne chiese la ragione.
In realtà il giovane era tutt'altro che bello e per questo non gli riusciva di trovarsi una ragazza: tutte avevano rifiutato di ballare con lui e ciò lo aveva gettato nello sconforto. Rivolse una rapida e speranzosa occhiata alla fanciulla sconosciuta seduta vicino a lui, ma subito, palesemente deluso, distolse lo sguardo da lei.
Smilia, gli regalò un timido sorriso e gli chiese: "Vi piace la festa? Non siete di qui, vero?"
"Sì, bella festa. No, non sono di qui." le rispose il ragazzo senza neanche guardarla.
Lei si sentì un poco incoraggiata e continuò: "Mi piacerebbe ballare, a voi no? Io mi chiamo Smilia e voi?"
Il giovane la guardò atterrito: "Ehm... ballare? Magari più tardi, ora vorrei andare a prendere un dolce, voi ne volete uno?"
"Oh sì, grazie!"
"Bene, ve lo porto subito!"
Il giovane schizzò via e scomparve tra la folla. Smilia intuì subito che non sarebbe più tornato, ma aspettò ancora un po' prima di andarsene sconsolata, pensando che non era riuscita a sapere nemmeno il suo nome. Passando vicino a un gruppetto di ragazze, udì una di loro bisbigliare malignamente: "Smilia non c'è riuscita nemmeno con quel mostriciattolo: é proprio senza speranze!"
A quel punto fuggì via in lacrime, inseguita un coro di odiose risatine.
Mentre tornava a casa di corsa, si scontrò con un'orrida vecchia. Era una donna malvagia detestata da tutti in paese perché era perfida ed orrenda. La gente la chiamava la Megera.
Smilia si scusò frettolosamente con lei per averla quasi travolta. La vecchia ridacchiò e le sussurrò malignamente: "Smettila di piangere, ragazzina, e guarda in faccia la realtà: nessuno ti vuole perché sei brutta!" E se ne andò zoppicando e ridacchiando.
Sconvolta, Smilia si rifugiò nella sua stanzetta e corse a guardarsi nello specchio che le rimandò la solita immagine di una bella fanciulla bruna. Ma in quel momento ebbe una folgorazione: si toccò il viso e i capelli, si stropicciò gli occhi, guardò ancora nello specchio: l'immagine che vedeva non era quella vera!
"Sono pazza!" pensò " Non vedo come gli altri vedono. Sono pazza e brutta!".
In preda al più totale smarrimento, scappò via da casa e corse nel bosco, corse fino a perdere le forze e si lasciò cadere esausta ai piedi di un grande albero.
Elyssa aveva visto tutto e a quel punto non poté più fare a meno di intervenire: comparve all'improvviso davanti a Smilia nel suo magnifico abito variopinto, con i fluenti capelli rossi sciolti sulle spalle, il cappello rosso a punta dalle larghe falde che le riparava dal sole il volto diafano e dolcissimo.
"Un'allucinazione..." mormorò Smilia, guardandola ad occhi spalancati. "Sono pazza davvero!"
"Tu non sei pazza e io non sono un'allucinazione." disse Elyssa con voce soave. "Sono Elyssa, la tua fata madrina, non aver paura di me, sono qui per aiutarti. La colpa di tutto quel che ti é accaduto é mia e me ne dispiace moltissimo."
Elyssa svelò a Smilia tutta la verità e, quando la vide ancora più disperata, cercò di consolarla dicendole che l'avrebbe condotta da Safelìa, la fata più vecchia e saggia del bosco e che di certo lei avrebbe trovato una soluzione.
Così Smilia, leggermente rincuorata, seguì a testa bassa la sua fata madrina nel folto del bosco.
Safelìa aveva più di seicento anni, un'età avanzata anche per una fata, ed era molto stanca di vivere. Ormai si muoveva pochissimo e se ne stava sempre rannicchiata nella sua dimora: il tronco cavo di un grande salice. Tutti gli abitanti del bosco, compresi gli animali, la rispettavano e la onoravano: gli gnomi e i folletti le portavano ogni giorno da mangiare, gli elfi la rallegravano suonando e cantando per lei insieme agli uccellini, la fate più giovani la consideravano la loro grande maestra e ne ammiravano gli straordinari poteri.
Sonnecchiava ai piedi del suo albero, avvolta in uno scialle di lana grigio, una cuffietta bianca sui bianchi capelli splendenti. Il suo volto scavato e segnato da una ragnatela di rughe rivelava ancora i segni di un'antica, straordinaria bellezza. Socchiuse gli occhi, avvertendo la presenza di qualcuno, occhi nerissimi dotati di una luce magnetica e ancora vivissima. "Ah Elyssa..." mormorò con voce strascicata "Chi hai portato con te?" Puntò lo sguardo su Smilia : "Ah quella povera ragazza... Avvicinati bambina, fatti guardare..."
Un po' intimorita, Smilia si avvicinò e si inchinò profondamente alla vecchia fata.
"Non aver paura, siedi accanto a me. Tu vuoi conoscere il tuo vero aspetto, non é così? Ma non credo ti piacerà." sentenziò Safelìa.
"Non importa, voglio sapere la verità!" rispose Smilia con decisione.
"Va bene." Safelìa batté le mani e subito arrivarono due gnomi, recando uno specchio ovale con una cornice d'oro tempestata di gemme.
"Questo specchio riflette solo le forme reali, annullando ogni incantesimo. Guardati, bambina."
Smilia si specchiò e trasecolò. Di se stessa riconobbe solo i grandi occhi scuri. I lineamenti del suo volto le parvero del tutto stravolti, i capelli neri un ammasso ispido ed aggrovigliato.
"Oh no..." riuscì solo a mormorare.
Tutti rimasero per un po' in silenzio di fronte al doloroso sgomento della fanciulla: la stessa Safelìa, la contrita Elyssa, i due gnomi che reggevano lo specchio, i numerosi folletti ed elfi che osservavano la scena facendo capolino dagli alberi. Anche i coniglietti che seguivano sempre gli gnomi, smisero di saltellare e gli uccellini sugli alberi smisero di cinguettare. Tutto il bosco restò sospeso in un malinconico silenzio, finché Safelìa non parlò di nuovo.
"Allora Smilia, cosa vuoi fare ora?"
"Io... non lo so..." balbettò la ragazza del tutto stordita.
"Ora che l'incantesimo di quella pasticciona della tua fata madrina é stato annullato..." e qui Safelìa lanciò un'occhiataccia alla povera Elyssa che si fece piccina piccina "... Penso che tu possa tornare fra la tua gente, al tuo paese che finalmente vedrai come realmente é. Ma noi abbiamo un debito con te e dobbiamo saldarlo. Aurio vieni qui!"
Subito accorse un folletto dalla barba bianca e il berretto rosso, recando uno scrigno colmo d'oro e gemme preziose.
Safelìa lo prese e lo porse a Smilia: "Questo é un dono per te." disse "Così tu e i tuoi genitori diverrete ricchissimi e la vostra vita cambierà totalmente. Si dice a volte fra gli umani che la ricchezza non dà la felicità, ma in realtà nessuno ci crede e i poveri se lo ripetono solo per consolarsi. La ricchezza dona una discreta felicità anche a chi non ha un bell'aspetto. Con questa ricca dote tu troverai subito un marito, avrai una famiglia, una bellissima casa con molti servi, un vita agiata e lussuosa..."
"No!" proruppe Smilia esasperata.
Safelìa la fissò stupefatta: "Perché no? Nessun umano dice no ad una simile offerta."
"Io non voglio tornare al mio paese nemmeno con tutto l'oro del mondo. Sono stata maltrattata e umiliata per tutta la vita e sono certa che le cose non cambierebbero nemmeno con tutte queste ricchezze. E poi non voglio comprarmi un marito: piuttosto che sposare un cacciatore di dote, preferisco non sposarmi affatto."
"E allora cosa vuoi fare?"
"Voglio restare qui con voi. Non vi darò fastidio. Sono brava a disegnare e vi farò splendidi ritratti. Aiuterò gli gnomi nei loro lavori, imparerò da loro a curare tutti gli animali, farò qualsiasi cosa mi chiederete, ma vi prego non rimandatemi al mio paese!"
"Ma gli umani non possono vivere fra noi..." obbiettò Safelìa "...A meno che non si uniscano in matrimonio con un essere fatato. Se ci fosse un elfo disposto a sposarti per esempio..." guardò verso gli alberi : "Drymling...? Kieblyng...? Flenn...?" chiamò con voce incerta, ma nessun elfo si fece avanti e tutti continuarono a celarsi dietro i tronchi degli alberi.
"E' inutile, nessuno di loro mi vorrà." disse tristemente Smilia. "Si sa che gli elfi scelgono come spose soltanto fanciulle di straordinaria bellezza. "
"Forse è meglio scartare l'idea del matrimonio e pensare a qualche altra cosa." ammise Safelìa "Intanto, per stanotte, resterai qui. Poi domattina Aetheria, la fata dell'aria che farò venire apposta per te dalle montagne del nord, ti condurrà al tuo paese..."
"Non voglio andarci, non voglio che mi vedano..." si mise a protestare Smilia, ma Safelìa la zittì con un gesto sdegnato: "Non interrompermi ragazzina, nessuno ti vedrà se non vuoi: Aetheria ti renderà invisibile. Voglio solo che tu ci vada per vedere il tuo mondo com'è realmente e prendere la decisione migliore. Non pensi ai tuoi genitori per esempio? Comunque, se alla fine non vorrai proprio restare con la tua gente, tornerai qui e troveremo una soluzione... Forse ce n'è una..." sbadigliò, stiracchiando le stanche membra "Ma ci penseremo domani. Ora sono molto stanca e ho bisogno di riposare. Andate via tutti, vi prego."
Quella notte Smilia venne ospitata da una famiglia di gnomi. Gli gnomi, si sa, di giorno dormono e di notte vegliano, così Smilia poté osservarli intenti alle loro quotidiane attività e rimase affascinata nel vedere quanta cura dedicavano ai loro lavori domestici e con quanto amore si occupavano degli animali del bosco.
All'alba Smilia salutò gli gnomi e si mise ad aspettare la fata Aetheria, che giunse puntuale poco dopo lo spuntar del sole.
La fanciulla non aveva mai avuto una simile visione, nemmeno nei sogni: Aetheria era una fata di straordinaria bellezza, con una lunghissima e fluente chioma bionda e una splendida veste di stoffa preziosa ricamata dagli elfi con fili d'oro. Uno sciame di farfalle colorate la seguiva sempre e ogni tanto qualcuna si posava sulle rose d'oro che aveva fra i capelli o sul suo ampio mantello dorato: la fata sembrava vestita di raggi di sole.
Smilia la fissava a bocca aperta, senza parole. Aetheria le sorrise soavemente, porgendole una mano diafana e le disse: "Ora dammi la mano e chiudi gli occhi: in un battito di ciglia saremo al tuo paese, invisibili a tutti gli umani."
Smilia e la fata dell'aria si aggiravano per le vie del piccolo paese, senza che nessuno potesse scorgerle. Per la prima volta nella sua vita la fanciulla vedeva le cose e le persone come realmente erano, con i loro pregi e difetti esteriori.
Sulla piazza si aggirava un giovanotto dall'aria inquieta e dall'aspetto poco attraente: alto e mingherlino, capelli rossicci, volto slavato e due occhi di un azzurro sbiadito, piccoli come fessure. A Smilia parve che avesse un che di famigliare, ma non l'avrebbe certo riconosciuto senza l'aiuto di Aetheria. "E' il giovane Alwyn" disse la fata, indovinando i pensieri della fanciulla "Lo hai incontrato alla festa d'inizio estate, ricordi? Non é di qui, é venuto da un paese poco lontano in cerca di una moglie che non é gli riuscito di trovare dalle sue parti. Passa tutto il giorno a correr dietro alle ragazze più carine, ma nessuna lo degna di uno sguardo o di un sorriso. Non credo che avrà mai fortuna."
"Povero Alwyn!" sospirò Smilia "Anche lui é infelice a causa del suo aspetto. "
"Non lasciarti commuovere. Ricorda che alla festa ti ha rifiutato un ballo e non ti ha mai portato il dolce che ti aveva promesso."
"E' vero." annuì tristemente Smilia "Neanche lui é stato gentile con me."
Attraversarono tutto il paese e si fermarono alla casa di Smilia. Le si riempirono gli occhi di lacrime quando vide i suoi anziani genitori intenti alle loro occupazioni domestiche, mesti e silenziosi. Sapeva che erano molto in pena per lei e fu sul punto di chiedere ad Aetheria di renderla visibile ai loro occhi per poterli riabbracciare. Intuendo ancora i suoi pensieri, la fata rimase immobile e silenziosa per non influenzare le sue scelte. Infine Smilia capì che, se si fosse manifestata ai suoi cari, non avrebbe più potuto lasciare il paese e la sua vita sarebbe tornata ad essere quella di prima, cosa che non sarebbe più riuscita a sopportare. La sua scelta era compiuta. Invisibile e silenziosa entrò in casa, andò nella sua cameretta e depose sul suo comodino una lettera per i suoi genitori ove spiegava loro che stava bene, che si era rifugiata nel bosco presso le fate e che non dovevano stare in pena per lei. Fatto ciò, gettò un'ultima occhiata alla sua vecchia stanzetta, poi raggiunse Aetheria che l'aspettava sulla soglia della casa. "Possiamo andare." disse decisa.
La fata, senza fare commenti, la prese per mano e in un baleno furono di nuovo nel folto del bosco.
Qui trovarono una grande tristezza. Tutte le creature del bosco piangevano in silenzio e tutte le fate erano accorse presso la morente Safelìa. Aetheria si unì mestamente a loro.
La vecchia fata giaceva sull'erba ai piedi del suo salice. Corolla, la fata dei fiori, lasciava cadere su di lei manciate di petali di rosa. Drymling, l'elfo musicista, suonava con la sua arpa una melodia tristissima. Gli uccellini stavano muti fra le foglie degli alberi.
Smilia, attonita, si avvicinò ad Elyssa: "Ma cosa sta succedendo?"
"La nostra amata Safelìa ci lascia." mormorò Elyssa con voce incrinata.
"Vuoi dire che sta morendo? Ma le fate non possono morire!"
"Oh si invece, come tutte le creature."
"Ma non può morire ora, é lei che deve decidere la mia sorte!"
Le parole di Smilia erano del tutto fuori luogo. Elyssa le gettò un'occhiata carica di rimprovero: "Zitta adesso, abbi rispetto!"
Smilia si morse il labbro e tacque, comprendendo di aver pensato solo a se stessa.
Nel silenzio generale si udì la flebile voce di Safelìa: "Vieni qui Smilia."
La fanciulla si avvicinò e si inginocchiò presso la fata morente. Lei le sorrise dolcemente, mormorando: "Tranquilla, bambina, non mi sono dimenticata di te ed ho trovato la soluzione che ti avevo promesso ieri..."
Un attimo dopo aver pronunciato queste parole, la fata svanì.
Quando le fate lasciano il mondo terrestre, il loro corpo eterico si dilegua nel nulla, ma la loro energia vitale, il prana, e il loro magico potere non si perdono.
Nell'istante stesso in cui la fata Safelìa passò per sempre dal piano eterico a quello astrale, una sfera di luce pulsante con un nucleo più luminoso, veloce come una meteora, raggiunse Smilia e la investì, fulminandola in apparenza. La fanciulla cadde svenuta mentre le sue sembianze si trasfiguravano ed una luce dorata la inondava.
Quando rinvenne, si trovò puntati addosso gli occhi sbigottiti di tutte le creature fatate del bosco. "Cosa é successo?" mormorò con una voce che non le parve la propria, mentre si rimetteva in piedi faticosamente, ancora stordita.
"Smilia, Safelìa se n'è andata ed ha scelto te." le disse Elyssa con voce commossa.
Smilia non capiva nulla: "Ha scelto me... per cosa?"
"Devi sapere che, quando una fata lascia questo mondo, dona il suo prana e i suoi poteri ad un'altra fata più giovane, oppure ad un animale che così diviene a sua volta una fata." le spiegò Elyssa. "Non era mai successo, per quanto io sappia, che una fata morente lasciasse il suo potere ad un essere umano. Ma Safelìa, infrangendo le nostre tradizioni, ha scelto te, Smilia cara, ed ora sei una fata anche tu, più potente di tutte noi."
"Io... una fata? Non posso crederci!" mormorò Smilia toccandosi il viso, le vesti, i capelli e sentendo mutata ogni parte di sé. Accorsero gli gnomi con il grande specchio dorato. "Guardati!" la esortò vivacemente Elyssa.
Smilia si guardò e vide riflessa nello specchio l'immagine di una splendida creatura luminosa ed eterea, vestita di un magnifico abito azzurro come il cielo e screziato d'argento. Il suo volto diafano era di un ovale perfetto, i suoi grandi occhi neri scintillavano come stelle e una massa di lunghissimi capelli corvini le ricadevano sulle spalle come un manto di seta.
"Ecco Smilia, la nostra nuova sorella!" annunciò Elyssa a gran voce, e tutte le creature fatate del bosco esultarono.
Così Smilia iniziò la sua nuova esistenza di fata nel bosco incantato ed imparò molto in fretta ad usare i suoi grandi poteri. Le fate, si sa, possono mutare il loro aspetto quando e come vogliono, trasformandosi in qualsiasi altro essere. Smilia non amava restare a lungo nella sua forma umana, per quanto splendida essa fosse. Gli umani l'avevano trattata troppo male nella sua vita passata e lei ormai li disdegnava completamente, rifiutando anche di mantenere le loro sembianze. Così si tramutava quasi sempre in un animale: un coniglio, un daino o un uccello, e correva libera per tutto il bosco o si librava nel cielo, cantando la propria felicità. Riprendeva le sembianze umane solo quando voleva disegnare, come faceva sempre quando era una povera fanciulla sfortunata, e nei suoi disegni ora riproduceva la vita del bosco incantato: le vorticose danze delle fate nelle notti di luna piena, la molteplici attività degli industriosi gnomi con i loro amici animali, i giochi dei folletti, gli elfi intenti suonare le loro arpe.... .
Un giorno un gruppo di cacciatori si avventurarono a caccia nel bosco fatato, sfidando le ire delle fate in cui peraltro non credevano. Il primo e il più baldanzoso di essi era il giovane Alwyn che nel frattempo si era stabilito definitivamente nel paese vicino, sebbene non vi avesse ancora trovato la sposa che cercava.
Quel giorno Smilia aveva preso le sembianze di una cerbiatta bianca. Si mostrò per un attimo ai cacciatori e poi fuggì via, inducendoli a seguirla nel folto del bosco. Si fermò solo nei pressi del grande salice dal tronco cavo che era stato la dimora di Safelìa e poi la sua. Guardò intrepida i cacciatori che si lanciavano, spronando i cavalli, sulla loro preda. Si fermarono solo a pochi metri dalla cerbiatta, per prendere la mira e tirare con l'arco. Un nugolo di frecce stava per investirla, ma Smilia mutò all'improvviso la propria forma e tornò ad essere la splendida fata dalle vesti del colore del cielo. Deviò le frecce con un deciso gesto della mano, in modo che non la sfiorassero nemmeno. I cacciatori rimasero allibiti. Con un sorriso Smilia si rivolse ad Alwyn:
"Ti ricordi di me, giovane straniero?" disse. "Sono Smilia, mi hai incontrata qualche tempo fa alla festa del mio paese."
Smilia... Il giovane Alwyn non ricordava affatto questo nome e l'unica cosa di cui era certo era di non aver mai incontrato a nessuna festa quella magnifica creatura.
"Tu ...devi essere una fata..." balbettò "Sei così bella..."
Smilia sorrise ancora: "Un tempo non lo ero. Davvero non ricordi?"
La sua immagine mutò ancora davanti allo sguardo attonito del giovane Alwyn: egli rivide per un attimo e riconobbe la fanciulla brutta di nome Smilia incontrata alla festa.
Trasalì, mentre la fanciulla brutta lasciava nuovamente il posto alla splendida fata: "Ora ricordi?" replicò Smilia "Oh si che ricordi, come ricordo io quanto tu mi feristi quando mi rifiutasti un ballo e non mi portasti il dolce che mi avevi promesso. Fuggisti da me, che forse ti avrei amato se tu avessi saputo vedere oltre le vane forme della materia, per correre ad inseguire la bellezza come ancora stoltamente fai. Non avrai mai la donna bellissima che desideri, anzi non avrai nessuna donna perché hai un cuore gelido e cieco, Alwyn. E non avrai nemmeno la tenera cerbiatta che volevi uccidere oggi. Ma avrai ciò che io ora ti prometto..."
La fata fece un rapido gesto e i cacciatori si ritrovarono privi dei loro cavalli, delle loro armi e dei loro vestiti. Nudi ed atterriti rabbrividirono dal freddo e dalla paura.
"Avrai sventura e solitudine eterna, giovane Alwyn!" sentenziò implacabilmente Smilia "Ed ora che lo sai, tu e i tuoi scellerati amici andate via di corsa e non osate mai più insidiare le creature di questo bosco o vi distruggerò!" Dette queste parole con uno sguardo terribile, la fata Smilia, tornò ad essere una cerbiatta e fuggì via, scomparendo tra la fitta vegetazione.
Terrorizzati i cacciatori, con Alwyn in testa, se le diedero a gambe e non osarono mai più avvicinarsi al bosco incantato.
La fata Smilia, continuò sempre a proteggere le creature del bosco dai cacciatori e visse una vita felice, lunga centinaia di anni.
Quando divenne molto vecchia e i suoi occhi si indebolirono, smise di disegnare e nascose i tutti i suoi disegni in una piccola grotta, vicino al suo salice.
Molti anni dopo la sua dipartita dal mondo, quei disegni vennero ritrovati per caso da un vecchio dal cuore puro come quello di un neonato, che sapeva dipingere e scrivere fiabe e che, per la sua nobiltà d'animo, poteva passeggiare indisturbato nel bosco ove non nuoceva mai ad alcuna creatura.
Il buon vecchio rimase affascinato da quei misteriosi disegni e ne trasse spunto per scrivere un grande libro illustrato sulla vita segreta della fate, degli gnomi, dei folletti e degli elfi.
Fu il primo libro di una lunghissima serie che attraversò i secoli fino ai nostri giorni.
Ancora oggi bambini ed adulti leggono affascinati le storie delle creature dei boschi incantati, ma pochissimi sanno che le figure di ogni libro traggono origine dai disegni di una splendida fata di nome Smilia vissuta in un tempo remoto, che prima di diventare una fata era stata una fanciulla brutta.


scritta e inviata da Astfelia

utenti online
© copyright 2002/2010 e' vietata la riproduzione di qualsiasi pagina di questo sito,tutti i diritti sono riservati
© i testi di questo sito(fate,gnomi e tutti gli altri personaggi fantasy,le filastrocche e tutto cio' che si trova nella sezione "my Zone",
"psp zone","fantasy",compreso immagini e testi presenti nel sito possono essere utilizzati esclusivamente per uso personale;
e sono di mia "creazione":e' vietato plagiare,modificare o copiare grafica e testi©
**gif animate,fiabe e favole note,leggende e poesie note rimangono dei rispettivi autori;
**fiabe,poesie,filastrocche e immagini inviate dagli utenti,rimangono di loro proprieta'**
© layout 2007 by aliworld.it ©